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Archive for giugno 2012

Worst case scenario : Piacere, Moka

giugno 30, 2012 13 commenti

Come Bear Grills anche il Moka si trova spesso in situazioni rischiose. Ecco come se ne esce …

Scenario: Il Moka si ritrova coi suoi amici e stasera c’è anche BelTomo. BelTomo fa lo stuart sugli aerei e  quindi c’è molto raramente. BelTomo non è al top della hit-parade delle persone piu’ simpatiche per Moka. BelTomo ha mollato la moglie  qualche mese fa’ e si presenta stasera con la nuova fiamma, Mrs Quinta.
Io già sono poco propenso ai convenevoli, se poi BelTomo mi sta sui maroni automaticamente anche Mrs Quinta lo diventa per proprietà tansitiva. E’ vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli e che le colpe dei mariti non devono ricadere sulle mogli, ma a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre.

Infatti Mrs Quinta ha sia un balcone di tutto rispetto sia una capacità neuronale di quinta, elementare.
Ma torniamo al punto. Per me l’abbraccio e il bacio hanno significato. Io non abbraccio il primo che capita fra e mani nè tantomeno lo bacio. Io abbraccio e bacio solo chi ha per me significato e io ne ho per lui. Mrs Quinta invece si passa tutta la compagnia a forza di bacini. Tre bacini, prima di qua poi di la’ poi ancora di qua che bisogna baciarsi tre volte.

Io che sono buono come il pane ma in fondo, anche un po’ bastardo, dall’alto del mio metro e novanta se sposto la testa un po’ all’indietro risulta impossibile per la tipa zinnamunita arrivarmi a livello guancia.
Per non essere scortese in cambio sposto in avanti il manone, “Ciao, Moka” e aggiungo per non sembrare il pennellone della compagnia, una roba tipo “complimenti alla mamma …”, il tutto corredato con sguardo da radiografia completa e sorriso smagliante. Noto un attimo di smarrimento di Quinta, e quindi aggiungo “No, dicevo, complimenti alla mamma e anche al papà perchè quel giorno là ci hanno messo impegno …” il tutto corredato da nuova radiografia, con focalizzazione sulla zona collinare di Mrs Quinta.
Ora, il mio voleva essere un complimento, lo riconosco,  un po’ rozzo, ma chiaramente localizzato nel tempo e nello spazio. Ti ho dato il tempo per pensarci su. Rispondimi qualcosa… Ridi e dimmi “grazie”. Dimmi “E sì, la mamma è sempre la mamma…”. Copri il tesoretto e fai la smorfiosa o fai un bel respiro e gonfia i salvagenti. Se vuoi farmi avere un erezione rispondimi sogghignando “La natura è begnina per qualcuno ma matrigna per qualcun altro…”
Quello che non dovevi fare era prendermi la mano e tirarmi giu’ per darmi i tre bacetti e poi passare al prossimo. Ecco tu l’hai fatto cara Mrs Quinta e per me adesso hai la stessa attrattiva dell’elenco telefonico del comune di Bussolengo.

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Contatto

giugno 23, 2012 14 commenti

Era il 1987 e c’erano stati gli esami di maturità.
Dopo gli orali, con i compagni del liceo avavamo affittato 3 case in un villaggio in Calabria e avevamo fatto 15 giorni di mare e di casino. C’era anche lei, Ilaria. L’avevo aiutata a prepararsi in fisica. Io avevo scelto fisica come seconda materia d’esame. Ero stato l’unico a sceglierla e non avrebbero mai potuto cambiarmela. Quindi ero preparato, ma solo in quello. Delle altre due materie non sapevo proprio niente. Però in fisica ero un maghetto e Ilaria mi aveva chiesto di andare da lei per studiare insieme. Io avevo preso l’alfetta quadrifoglio oro di papi e ero andato tre quattro volte da lei. Viveva in una villa grandissima, e avevo cercato di spiegarle la quantità di moto e il momento angolare. Avevamo visto insieme anche il pattinaggio su ghiaccio per capire che quando la pattinatrice raccoglieva le braccia lungo il corpo girava piu’ svelta. Ilaria mi guardava, io le chiedevo se avesse capito, lei mi diceva di sì, ma io sapevo che non aveva capito, non le restava in testa e aveva uno sguardo strano. Ti guardava come se non ti vedesse. In realtà sorrideva ed era gentile ma io la guardavo, e percepivo come se ci fosse una barriera li in mezzo, trasparente cristallina ma dura come il diamante. Poi sua mamma ci portava il toast e il succo d’arancia e poi mi chiedeva sempre se ne volevo un altro, che ero un ragazzone alto e avevo bisogno di mangiare.

Io e Ilaria avevamo la stessa età, eravamo nati lo stesso giorno. Lei era alta, un fisico statuario, bionda, di quella carnagione chiara che si abbronza color miele e quando le restavano le gocce di acqua salata sulla pelle abbronzata, brillava di una bellezza nordica.  Lei era anche di una semplicità disarmante. Io le facevo le mie solite battutine per prenderla in giro ma lei mi guardava come se non capisse e io restavo senza parole. E io in Calabria ero anche innamorato marcio.

Eravamo andati tutti su un pontile di cemento che entrava nel mare. Sarà stato alto forse cinque metri ma per tutti era altissimo almeno 10 o 12 metri e sotto c’erano un po’ di rocce e quindi nessuno si voleva tuffare per paura di schiantarsi sugli scogli. E’ arrivata lei, ha guardato giù, e poi si è buttata subito. E io l’ho vista in volo, i capelli che si alzavano in aria, la mano a tapparsi il naso e poi è entrata in acqua  di piedi facendo pochissimi schizzi. E’ riemersa subito. Mi ricordo di averle gridato dietro che era pazza, che c’erano gli scogli ed era pericoloso. Lei mi ha guardato e mi ha detto che gli scogli erano lontani è risalita sul pontile e ridendo si è tuffata una seconda volta.

Mi ricordo che continuavo a guardarla, ma non come un innamorato guarda la sua amata, la guardavo come un collezionista di farfalle guarda una farfalla rara. Ero innamorato, ma non ero a mio agio quando ero con lei. Mi sembrava ci fosse una parete di vetro di quelle che da una parte si vede e dall’altra no. Volevo capire cosa ci fosse in lei, entrare nel profondo della sua anima, ma la sua anima era impenetrabile. Lei era gentile e carina, ero io che da una parte ero attratto fisicamente, dall’altro sentivo di non riuscire a stabilire un contatto.

Lei è rientrata qualche giorno prima di tutti noi e io l’ho accompagnata alla stazione. In attesa del treno in ritardo mi sono trovato ancora a guardarla intensamente per alcuni minuti. Anche lei mi ha guardato per diverso tempo con quegli occhi azzurri e grandi. Credo di averla guardata come se davanti a me ci fosse stato un androide, perfetto ma privo di anima. Credo di averle detto delle cose cazzute, tipo che era stato molto bello stare insieme e che mi ero divertito, di non perderci di vista, robe del genere. Ma non le ho assolutamente detto che sbavavo per averla fra le mie braccia e che avrei voluto squarciarle l’anima per vedere che cosa ci fosse dentro.

L’ho incontrata oggi per caso. E’ uguale, ancora bellissima, stesse forme, stesso biondo, stesso sguardo spensierato e un po’ perso. E’ notaio, ha due bellissimi bambini.
Io nel caldo del pomeriggio ho sentito un brivido freddo per la schiena. e ho visto ancora il suo sguardo azzurro ma impenetrabile. Quindi ho detto quattro stronzate, il tempo, i bambini, la mamma se fa ancora i toasts e poi ho sentito quel sentimento di angoscia nel voler cercare un contatto sapendo di non potere mai riuscire a trovarlo. Ho salutato in fretta e furia e me ne sono andato.

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Aggettivi possessivi

giugno 4, 2012 15 commenti

Oggi ho scoperto di essere povero in canna.
Ho messo come una formichina industriosa i miei risparmi in banca per anni e anni in modo di avere un gruzzoletto, il MIO sudato gruzzoletto. L’impiegata della banca mi ha dato, con grandi sorrisi,  la MIA chiavetta col MIO pin e il mio codice supersegreto per andare a vedere su internet a quanto ammontava il  MIO denaro ed invece oggi che cosa scopro: Caxxo, il denaro che vado a vedere con la MIA personale chiavetta e col MIO supercodicesegreto non è MIO ma è LORO. Caxxo, il MIO denaro é il LORO denaro.
Ecco cosa recita l’articolo 1834 del codice civile:
“Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.”
Io ho depositato il MIO denaro, e quando l’impiegata mi ha sorriso e …, ops, barbatrucco, il denaro non è piu’ MIO ma diventa SUO. Il denaro è di proprietà della banca. Il denaro è di propietà della banca!!!.
Non ho mai fatto mente locale alla questione.
Se io chiedo indietro la roba che era MIA, ma che è diventata LORO, e loro non han voglia di ridarmela?
Stasera discutevo della cosa con Miss Moka la quale con la saggezza che è propria di una personcina di buon senso mi ha detto: “Vedi che avresti fatto meglio a regalarmi quella parure  in oro bianco che desideravo così tanto, invece che lasciare i soldi in banca?”
Ecco adesso devo scegliere il male minore fra  gli aggettivi possessivi SUA e LORO.
MIO, nello specifico, risulta essere un aggettivo indefinito.

Habemus papam

giugno 2, 2012 16 commenti

Abito a due Km dall’aeroporto di Bresso. Oggi e domani sono praticamente blindatissimo in casa. Arriva il Papa, il traffico è bloccato, i negozi sono chiusi. Miss Moka che pur avendo un carattere di merda, ha tuttavia uno spirito da crocerossina (ha persino sposato me) è stata precettata in quanto poliglotta per indirizzare e fare grandi sorrisi ai pellegrini da mezzo mondo. Una maglietta con scritto staff , con miss Moka, fa miracoli. Siccome Miss Moka non sa dire di no, gli hanno appioppato anche una famiglia serba da nutrire e ospitare per la notte. Quindi stanotte avrò in casa sta famiglia slava.
In generale non mi oppongo a queste cose. E’ vero che sono un orso, e stare troppo tempo con le persone mi risulta noioso. Tuttavia questi sono arrivati oggi, abbiamo pranzato insieme, alle tre se ne sono andati fuori dai maroni, tornano stanotte, dormono, domani alle sei sono in piedi, e ciao chi si è visto si è visto.
E in definitiva trovo interessante incontrare anche persone che vengono da diversi posti e che hanno esperienze diverse. Stanno poco, e quindi “poca brigata, vita beata”. La tattica è che se mi stanno sui maroni, pianto Miss Moka con i suoi ospiti e mi defilo adducendo varie scuse di lavoro.
Il problema è che la brigata qui è tanta: la famiglia serba, azzarola ha nove figli, diconsi nove. Papi, Mami, il piu’ grande tredici anni, il piu’ piccolo due, fanno in totale 11 individui biondi che mi girano per casa.
Miss Moka, mi ha taciuto ovviamente la questione, perchè sapeva che le avrei fatto il culo quadro, cosa che ovviamente le farò, quando l’amorevole famigliola avrà levato le tende.
Il padre serbo parlava italiano e quindi mi sono dovuto confrontare con lui. La moglie non spiaccicava una parola di italiano. Io non parlo il tedesco e quindi l’unico messaggio inviato da parte mia con gli occhi (che credo anche lei abbia intuito visto il sorrisone di risposta) è stato: “Uau, che bel paio di pere che ci portiamo appresso!” .
Comunque, non tergiversiamo. Col serbo abbiamo parlato un po’ di tutto. Della sua vita (lui è un prete spretato che, dopo, ci ha dato dentro di brutto). Da cosa vuol dire star dietro a tutti sti pargoli. Dal fatto che dove vive ci sono donne che hanno fatto anche trenta aborti. Del fatto che per andare in giro lui e la moglie guidano ognuno una macchina. Del fatto che adesso, mollano la Serbia e vanno a vivere in Slovenia, senza avere ancora trovato nè casa, nè scuola, nè lavoro. Abbiamo parlato e parlato e devo dire che non mi sono affatto annoiato.
Mi sono sembrati tutti così sereni che certe volte mi domando se sono io che sto sbagliando tutto nella vita o se questa è gente totalmente incosciente.
Adesso sono usciti. Mi resta solo da trovare i cinque materassi per la notte che mi mancano, ma non è un problema. Miss Moka mi ha sorriso, loro mi hanno sorriso, i bambini mi hanno sorriso.Se i materassi ci saranno bene, altrimenti hanno il sacco a pelo.
Merda, io, sti cinque materassi li devo trovare.

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